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Meditazione e morte

 

 

Dice Yuval Noah Harari, un magrolino docente di storia in Israele: “Se volete sapere quale sia il vero senso della vita e come risposta vi raccontano una storia, sappiate che è la risposta sbagliata. Non importano i dettagli. Qualsiasi narrazione è sbagliata per il semplice fatto di essere una narrazione. L’universo non funziona come una narrazione”.

Sono d’accordissimo, sia chiaro, ma a me, che ho i riferimenti culturali che ho, è venuto in mente il personaggio di Corrado Guzzanti ‘Quelo’ che offriva ai suoi seguaci, quando gli ponevano una domanda, la seguente traccia: “La risposta è dentro di te”. E a ruota: “Epperò è sbajata”.

Scoprire che anche noi, come individui, non siamo una storia è una rivelazione che nutre e che offre gli strumenti per allontanarsi di qualche passo dal nostro nucleo egocrate surriscaldato che consuma un litro di gasolio per due chilometri.

Non è il Maestro Kukumuri Kukumoti, che solo per il nome meriterebbe la più totale diffidenza, ma Albert Einstein a dire: “Trovo interessanti le persone che sanno prendere una certa distanza dal loro sé”.

Tre principi amati da alcune religioni non oscure e da molti laici sono questi:

Tutto muta continuamente (cosa apparentemente oggettiva)

Nulla è eterno (cosa apparentemente oggettiva)

Niente è completamente soddisfacente (cosa apparentemente soggettiva nella quale mi ritrovo molto)

Da qui possono discendere due concetti fratelli, quello che la vita è priva di senso e quello che il senso della vita non va cercato. Ma qual è il problema? Che anche queste sono narrazioni. Sono storie. Con i loro divulgatori

La mancanza di una narrazione è una forma di silenzio che si può sperimentare, per esempio, ma non solo, durante la meditazione.

Sulla meditazione, merita, a mio parere, rubare altre righe al saggista Yuval Noah Harari. Un amico lo invita ad un ritiro di meditazione, lui dice: non ho tempo per le sciocchezze new age, sono uno studioso e per di più laico.

“Ma dopo un anno di paziente incoraggiamento, nell’aprile del 2000 mi risolsi a iscrivermi a un ritiro di dieci giorni Vipassana. In precedenza, le mie conoscenze sulla meditazione erano ben scarse, e pensavo fosse necessario documentarmi su tutte quelle complesse teorie mistiche. Mi sorprese invece la gestione assolutamente pragmatica del corso. L’insegnante, S.N. Goenka, ci chiese di stare seduti con le gambe incrociate e gli occhi chiusi, e concentrò tutta la nostra attenzione sull’attività di inspirare ed espirare l’aria dalle nostre narici. «Non fate niente», ripeteva, «non cercate di controllare il respiro o di respirare in un modo particolare. Osservate soltanto la realtà del momento presente, qualunque essa sia. Quando state inspirando, siete solo consapevoli di questo: adesso il respiro sta entrando. Quando state espirando, siete solo consapevoli di questo: adesso il respiro sta uscendo. E quando perdete la concentrazione e la vostra mente comincia a vagare tra i ricordi e le fantasie, siete solo consapevoli di questo: adesso la mia mente ha vagato lontano dal respiro». Fu la cosa più importante che mi avessero mai detto”.

Un bell’impatto con la meditazione quello vissuto dal giovane Harari. Però, con il mio vizio solito di dare un’occhiata a 360 gradi, vorrei solo ricordare che Goenka (1924-2013) è stato oggetto di numerose critiche. Tra queste, una che ne raccoglie in sé tante, quella di avere creato un movimento con franche derive settarie. Siccome di derive settarie e sette me ne sono occupato, dopo un’analisi abbastanza accurata, penso di potere dire che la critica non è campata in aria. Ma c’è un guru che si salva?

Al di là del tratto Dr. Jekyll e Mr. Hide del suo amato maestro, che secondo me caratterizza tutti i guru, Harari dice cose molto interessanti sulla meditazione; una tecnica che, semmai con un altro nome, merita di essere imbarcata sull’arca di Noè: in fondo, si tratta solo di una ricerca introspettiva.

“La prima cosa che imparai dall’osservazione del mio respiro era che, nonostante tutti i libri che avevo letto e tutte le lezioni che avevo frequentato all’università, non sapevo quasi niente sulla mia mente, e ne avevo uno scarso controllo. Malgrado i miei sforzi più tenaci, non riuscivo a osservare la realtà del mio respiro che entrava e che usciva dalle mie narici per più di dieci secondi prima che la mente iniziasse a vagare lontano. Per anni avevo vissuto con l’impressione di essere il padrone della mia vita, e l’amministratore delegato del mio marchio. Ma poche ore di meditazione furono sufficienti a mostrarmi che non avevo affatto alcun controllo di me stesso, che non ero io l’amministratore delegato – ero appena l’usciere. Mi era stato chiesto di stare all’ingresso del mio corpo – le narici – e di osservare soltanto qualsiasi cosa vi entrasse o vi uscisse. Eppure, dopo pochi istanti, perdevo la concentrazione e abbandonavo il mio posto. Fu un’esperienza che mi aprì gli occhi.

In seguito, nel corso ci insegnarono a osservare non solo il respiro, ma anche le sensazioni nel corpo. Non speciali sensazioni di benedizione o di estasi, bensì le sensazioni più mondane e prosaiche: calore, pressione, dolore e così via. La tecnica Vipassana è basata sull’intuizione che il flusso della mente è strettamente collegato con le sensazioni del corpo. Fra me e il mondo ci sono sempre le sensazioni fisiche. Non reagisco mai agli eventi del mondo esteriore; reagisco sempre alle sensazioni che si sviluppano all’interno del mio corpo. Quando la sensazione è sgradevole, reagisco con avversione. Quando la sensazione è piacevole, reagisco con il desiderio di averne ancora.

Senza la concentrazione e la lucidità fornite da questa pratica, non avrei potuto scrivere Sapiens o Homo Deus. Nel mio caso, la meditazione non è mai entrata in conflitto con la ricerca scientifica. Piuttosto, è stato un altro valido strumento nella cassetta degli attrezzi scientifica, specialmente quando cercavo di comprendere la mente umana.

Oggi questo termine (meditazione) è spesso associato alla religione e al misticismo, ma la meditazione è, nella sua essenza, qualsiasi metodo per l’osservazione diretta della propria mente. Molti culti in effetti hanno fatto largo uso di varie tecniche di meditazione, ma questo non significa che la pratica meditativa sia per forza religiosa. La gran parte delle religioni ha anche fatto un abbondante uso di libri, ma questo non significa che leggere libri sia una pratica religiosa".

Ed ecco lo Yuval Noah Harari che si stacca:

"L’osservazione di sé stessi non è mai stata facile, ma potrebbe diventare più difficile con il passare del tempo. Nel corso della storia gli uomini hanno creato storie su loro stessi sempre più elaborate, che hanno reso sempre più difficile sapere chi siamo davvero. Queste storie avevano lo scopo di unire vasti gruppi di persone, accumulare potere e mantenere l’armonia sociale. Sono state vitali per nutrire miliardi di persone affamate e assicurare che non si tagliassero la gola a vicenda. Quando la gente ha tentato di osservare sé stessa, quello che di solito ha scoperto è che queste storie sono narrazioni preconfezionate. Del resto, esplorare la realtà con mente aperta era anche pericoloso. Era una minaccia per l’ordine sociale.

Quando la tecnologia è migliorata, sono accadute due cose. Primo, quando i coltelli fatti di selce si sono evoluti in missili nucleari, è divenuto più rischioso destabilizzare l’ordine sociale. Secondo, quando le pitture rupestri si sono evolute nei programmi televisivi, è divenuto più facile illudere la gente. In un prossimo futuro, gli algoritmi potrebbero portare questo processo a compimento, rendendo quasi impossibile alle persone osservare la realtà che le riguarda e le costituisce. Saranno gli algoritmi a decidere per noi chi siamo e che cosa dovremmo sapere di noi stessi”.

Bravo Yuval, ma non pensi che gli algoritmi stiano già decidendo al posto nostro? Ad esempio, è Youtube, per dirne una, che decide quale realtà devo osservare e per quanto tempo (il massimo possibile, direi): giorni fa ho guardato numerosi video di cuccioli abbandonati e salvati. Mi fa piacere che vengano salvati cuccioli abbandonati, ma che senso ha guardare tutti questi video? Perché l'ho fatto?

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